sabato 3 giugno 2017

IL MATTINO DOPO

Il primo dell'anno mi sveglio in un letto estraneo. Della notte nel locale conservo un'immagine confusa, il quintetto senegalese che sciorina il suo ostinato ritmico, la trance da stordimento, l’abbandono, l’ebbrezza o semplicemente il disagio e la fuga dal disagio, rispondere all'ansia con un'altra forma d'ansia, alla paralisi con la sovreccitazione. Più tardi, siedo con la mia amica nella sala interna, ordino croissant e cappuccino. Leggo il disprezzo negli occhi del padrone: non ha niente contro di noi se presi singolarmente, ma non può fare a meno di storcere la bocca a vederci assieme. Le mani di Sabine, così diverse dalle mie, mostrano una tessitura, una trama minuta, gradazioni del bruno insospettate e le unghie, un dissidio cromatico fra derma e strato corneo. Sulla banchina, le differenti etnie si rimandano la medesima indifferenza, il saluto è un cenno, già in un altro spazio, un altro tempo. Le facce, qualunque sia il colore della pelle, sono  tirate, stravolte, livide come il cielo di Montparnasse, quattordici fermate più tardi.