sabato 3 giugno 2017

IL MATTINO DOPO

Il primo dell'anno mi sveglio in un letto estraneo. Della notte nel locale conservo un'immagine confusa, il quintetto senegalese che sciorina il suo ostinato ritmico, la trance da stordimento, l’abbandono, l’ebbrezza o semplicemente il disagio e la fuga dal disagio, rispondere all'ansia con un'altra forma d'ansia, alla paralisi con la sovreccitazione. Più tardi, siedo con la mia amica nella sala interna, ordino croissant e cappuccino. Leggo il disprezzo negli occhi del padrone: non ha niente contro di noi se presi singolarmente, ma non può fare a meno di storcere la bocca a vederci assieme. Le mani di Sabine, così diverse dalle mie, mostrano una tessitura, una trama minuta, gradazioni del bruno insospettate e le unghie, un dissidio cromatico fra derma e strato corneo. Sulla banchina, le differenti etnie si rimandano la medesima indifferenza, il saluto è un cenno, già in un altro spazio, un altro tempo. Le facce, qualunque sia il colore della pelle, sono  tirate, stravolte, livide come il cielo di Montparnasse, quattordici fermate più tardi. 


venerdì 21 aprile 2017

ENDEMISMO

    Ai margini della città, una distesa informe di baracche, tetti di lamiera, strade di polvere, calcinacci, cumuli di spazzatura. L’endemismo abitativo è declinato in ogni variazione di forma, dimensione, materiale; la tecnica del recupero crea e fa rinascere in un processo di agglutinazione, stratificazione e modularità involontaria, un tirar su senza regola che tuttavia rivela una sua ragione e persino un equilibrio. Questa città negata, di cui il governo rifiuta di riconoscere l’esistenza, provvisoria e abbarbicata al terreno, soggetta a ogni tipo di frana e dissesto idrogeologico, è sempre sul punto di essere inghiottita dal fango per emergere altrove diramando i suoi pseudopodi lungo linee di frattura e crinali, terrazzamenti e fosse naturali, conquistando a fatica i suoi spazi e lasciandosi corrodere dalla pioggia, friabile e senza tempo come i suoi abitanti dai mille volti indistinguibili, ciascuno chiuso nel suo mondo, nella minuscola porzione di universo che gli è stata concessa. 

lunedì 26 dicembre 2016

UNA CAMERA D'ALBERGO

Non c'è più niente per cui valga la pena di scrollarsi, di rimettersi in viaggio. Così resto sdraiato sul letto, chiudo gli occhi e le immagini che prendono forma in questa parodia di campo visivo sono immagini di altre camere d'albergo, i soffitti bassi e le stampe alle pareti, la carta a fiori, i quadri dozzinali, le file di stampelle vuote, le lampade fioche, l’odore di chiuso, di polvere; in tutte quelle stanze tanto simili da apparire indistinguibili, mi figuro schiacciato dallo stesso silenzio, la mia figura si confonde, si fa anonima, un fruscio stropicciato di lenzuola, un'ombra, l’alone di una macchia sul tappeto, poi più niente. 

sabato 3 dicembre 2016

IDENTIFICAZIONE

La critica di Cartier-Bresson al pubblico delle mostre, che non guarda più le opere limitandosi a identificarle, va estesa alla percezione del mondo, che ci scorre accanto, sempre più conforme alle nostre aspettative. Che cosa si deve mettere a fuoco per comprendere? Rivelare del già noto una visuale inaspettata o piuttosto concentrare l'attenzione sul singolo dettaglio e da quello ricostruire un’intera città? Cogliere il riflesso dei passanti sulle vetrine o il nostro, nel volto specchiato dal retrovisore, identico ogni giorno, ogni giorno differente? 

domenica 20 novembre 2016

UN LIBERO MERCATO



     Risali le strade strette fra file di case senza affaccio, muri imbiancati a calce su cui si arrampica la brattea diffusa della buganvillea, t’inoltri nel mercato delle corporazioni sbirciando argenti e vasellame, la cromia multiforme e presto monocorde delle ceramiche, lo sguardo muto di una vecchia al telaio. Ogni mercante di stoffe t’invita nella sua bottega. Per tutti sei un cliente, un estraneo: il libero mercato ha creato il tuo concetto di vacanza e con quello la tua noia, l’insofferenza, la disperazione.

mercoledì 2 novembre 2016

IL VIAGGIO RIFLESSO


Il viaggio era un pretesto per allontanarci da noi stessi, tu da me, io da te, dalla nostra immagine reciprocamente riflessa. Che cosa vedono, gli altri, di noi stessi, nei nostri occhi, attraverso i nostri occhi? E quale idea possono farsi di se stessi? E noi di loro? Eravamo in viaggio, con quell’alternarsi di esplorazioni e ricapitolazioni notturne, che è implicito nel percorso. Il passato entra nel viaggio come in sogno, nell’uno e nell’altro non vi è più una distinzione, una direzione univoca. Il nostro modo di allontanarci da noi stessi era immergersi nella concretezza del qui e ora e poi, di notte, sprofondare nel nostro passato, come in risposta allo spaesamento dell’ignoto, un modo per confermare le nostre identità fluttuanti immergendoci nell’immobilità della memoria, una memoria fuori di ogni controllo, confusa o troppo nitida, com’è dei sogni. 

giovedì 1 settembre 2016

KASSIOPI



    Dalla costa albanese, ci separava soltanto un braccio di mare, poche centinaia di metri, qualche minuto di navigazione; si scorgeva, nitido, il profilo dei monti, la costellazione luminosa del porto nella notte, vicinissimo. Seduti sul molo, sembrava di distinguere il vocio dei gitanti, le grida di pescatori, ma era solo il vento: l'altra riva è rimasta preclusa per un niente, una scadenza burocratica, ventiquattr’ore di troppo per ottenere il visto. Languore degli ultimi giorni d'estate, quando sei sempre a un passo dal raggiungere quello che non sapevi di cercare, prima che tutto di nuovo s’incaselli nell’alveo quotidiano.